Giovedì 3 marzo 2011
Alle tre del pomeriggio mi trovo in aeroporto per ritirare l’automobile che nei prossimi 5 giorni scorrazzerà zigzagando a nord e sud della catena dei Balcani, con meta Sofia. Con me ci sono Orlin e Stefka (la straordinaria coppia di amici bulgari), Giulia e Anais (arrivate dalla Francia nei giorni corsi). Partiamo carichi e scarichi dalla precedente intensa serata: concerto dell’Orchestra Filarmonica in onore della giornata della Liberazione della Nazione (il primo brano è stato l’inno nazionale, tutto il teatro si è alzato in piedi commosso con la mano sul petto), seguito da cinque ore ininterrotte di musica hip-pop in uno dei club più titolati della città (un locale molto underground con un tocco trash bulgaro) e altrettante nella vasca di acqua termale (40°C!) che resiste da generazioni sulla spiaggia di Varna grazie alla determinazione di vecchietti che se ne prendono cura e la occupano ininterrottamente … ho trovato il segno tradizionale più forte proprio qui, quando sono stato costretto a tuffarmi nel ghiacciato Mar Nero, per onorare il rito legato alla cura del corpo e della mente. Gli occhi sono proiettati all’Armenia, al Monte Ararat (com’è possibile non vedere una vetta che supera i 5000 m?), la mente bolle. “Che trip!” come direbbe il mio caro cugino bassista Giacomo.
La partenza intelligente! Eccoci diretti ad un villaggio di case di legno di due secoli fa, situato ai piedi dei Balcani, sulla via per Veliko Tarnovo (ex capitale della Bulgaria). Lungo la strada (che per un lungo tratto è anche pista d’atterraggio d’emergenza per veivoli militari) ruotano sulle nostre teste, a brevi intervalli, falchi slavi (?) e altri ci puntano artigliati alle lamiere del guardrail. Le case si sono conservate perfettamente grazie all’impegno dei pochi abitanti che ancora vivono qui e le affittano a prezzi da “studenski” (20 leva a notte).
Dopo una cena a base di carne e verdure cotte alla brace nel retro della locanda, tracannando vino rosso locale e riscaldati da un caminetto che già riscaldava l’acqua del bagno (che poi mi sono fatto, addormentandomi pure, salvato dall’assideramento dalle mie russate che hanno allertato Giulia), ci siamo messi a chiacchierare seduti a terra, su dei cuscini ricamati dagli artigiani locali, sorseggiando vodka prodotta in campagna e regalatami da un caro amico prima della partenza. Villaggi come questo, a metà del XIX secolo, assunsero il ruolo di quartieri generali segreti del Comitato Centrale Rivoluzionario Bulgaro. Il mattino seguente, con ancora la rakija intenta a riscaldarci anima e corpo, ci siamo inoltrati nei fitti boschi del pendio retrostante il villaggio; come bambini indemoniati, siamo giunti fin quasi alla vetta correndo e lottando a palle di neve. Qui ho lasciato, appendendole ai rami, due delle mie Martinize ricevute in dono il primo marzo. Infatti, lungo la strada che ci ha condotto al villaggio, il giorno precedente ho avvistato due cicogne in un laghetto ghiacciato, così che non ho dovuto attendere l’arrivo ufficiale della primavera per completare il rito di Baba Marta. In uno di questi villaggi un intraprendente pastore, nei secoli passati, ha fatto una fortuna immensa con un gregge di 100 pecore. Ogni anno percorreva la via da che connetteva questa regione a Salonicco, lungo la quale commerciava i “frutti” donatigli da questi animali, lana, carne, formaggio … quasi come il mitico eroe coccagliese Pompeo Mazzocchi!
Ritornati in paese, abbiamo visitato la piccola chiesa ortodossa e conosciuto un simpatico omino che tutti i giorni passa casa per casa con asinello e carretto a ritirare i sacchi di spazzatura … sistema di raccolta “porta a porta” bulgaro!
Si riparte, direzione Veliko Tarnovo. Capitale degli zar medievali bulgari, è situata in una splendida posizione in un anfiteatro di colline boscose e scavata da due rami del fiume Yantra.La posizione strategica attrasse gli insediamenti umani sin dalla preistoria, perciò le genti del neolitico nel 5500 a.C. e le tribù trace tre millenni più tardi vi abitarono. Grazie all’importanza acquisita durante il Secondo Impero Bulgaro, la città ospitò i lavori per la stesura della Costituzione bulgara nel 1879, e qui fu proclamata l’indipendenza della Bulgaria nel 1908. La maggior attrazione della fortezza sono i le pareti interne rifinite con dipinti in “stile Comunista” (incredibili!), gli spettacoli notturni dove la fortezza e le sue mura sono illuminate da fari coloratissimi (la particolarità di questa esibizione è che non ci sono orari o giornate precisi in cui si può assistere all’evento - effetto sorpresa!… infatti lo spettacolo ha luogo su pagamento di denaro ad opera di gruppi di turisti: compreso nel prezzo un buffet in una posizione strategica dove ammirare lo show e gustare i piatti bulgari più prelibati. Prezzo 20 leva circa). E per finire, la Roccia delle Esecuzioni, da dove i traditori venivano gettati nel fiume Yantra 100 metri più sotto. Al nostro arrivo in città, ancora fradici dai tuffi nella neve, ci dirigiamo determinati alla ricerca di un posto dove alloggiare. Il compito si rivela più difficile del previsto, oggi è festa nazionale e i primi quattro “hotelli” a cui ci rivolgiamo non ci fanno neppure superare la soglia d'entrata: camere al completo. Non demordo, mi lancio in salita nella parte più vecchia della città e trovo nelle piccole vie tradizionali l’insegna di un ostello. Uno dei migliori ostelli in cui sia mai stato, il Phoenix Hostel. Gestito da una coppia di 45enni anglosassoni, lei gallese lui scozzese, partiti dieci anni fa in motocicletta dalla loro terra e fermatisi qui dopo aver attraversato per intero l’Europa (con penultima tappa la Turchia). Qui in Bulgaria si sono comprati sette anni fa la casa, oggi ostello e un piccolo appezzamento di terra qualche chilometro fuori città dove producono vino, rakija (due tipi differenti) e marmellate. Tutti prodotti che ti fanno trovare sul tavolo della loro enorme ed elegante cucina, per colazione, pranzo, merenda, cena e dopocena. Qui mi sento accolto come un figlio e l’atmosfera è veramente rilassante. C’è un enorme caminetto nella sala principale, una saletta fumatori, comodi divani e una chitarra … decidiamo di fermarci per due notti, anche per riprendere fiato prima dell’ultima tirata.
Il primo giorno ci dirigiamo in visita di una grotta abitata in epoca paleolitica, il cui ingresso si trova alla fine di un canyon ai piedi di una cascata alta 10 m. Le cavita' si trovano nei pressi del monastero di Dryanovo, edificio risalente al XII secolo, ripetutamente distrutto dai turchi e ricostruito dai bulgari per circa cinque secoli che, come altri edifici dello stesso genere, offrì rifugio al leader rivoluzionario Vasil Levski e ai suoi combattenti. In seguito durante la guerra russo-turca (1877-7), oltre cento abitanti di Dryanovo resistettero stoicamente ai turchi per ben nove giorni. Le grotte non sono nulla di speciale, eccezione fatta per la scelta delle luci che indicano i percorsi, verdi fluorescenti, e gruppi di pipistrelli che resistono immobili, impacchettati nelle loro ali, ai mega flash dei turisti bulgari,. Altra particolarità, una gotta circolare che ospita durante l’anno vari concerti di musica classica e rappresentazioni teatrali grazie alla sua particolare acustica. All’uscita, dopo esserci sciolti per qualche minuto al sole, riprendiamo la strada dell’andata per ritornare all’ostello. Qui, facciamo una deviazione in un villaggio di quindici case, dove la nonna di Orlin è nata e ha vissuto nel secolo scorso. Lungo la strada innevata, scorgo tre automobili targate GB e chiedo ad Orlin spiegazioni, poiché durante questi sei mesi di permanenza in Bulgaria, mi è capitato spesso di vederne. Gli inglesi, da perfetti colonialisti, si comprano un numero infinito di case (per le loro vacanze) in questa nazione data la potenza della loro fottuta sterlina … i padroni dell’ostello m’hanno raccontato che molti loro connazionali le acquistano tramite e-bay!!! Senza, quindi, nemmeno vederle!E, infatti, molto spesso non le utilizzano nemmeno dopo l’acquisto. Torniamo in ostello: Giulia e Anais hanno cucinato una pasta al pomodoro e un quasi tzatziki, dopo aver sorseggiato un te' a pochi passi dall’ex municipio turco costruito nel 1872 (dove venne stabilito che Sofia sarebbe diventata la nuova capitale) e accompagnato Orlin e Stefka a prendere il treno che li avrebbe ricondotti a Varna, . E’ l’ora di a pianificare la scalata al Rila. Grazie all’aiuto della simpatica mamma gallese, che ha tirato fuori dal cilindro una quantità infinita di carte stradali, ho deciso per la strada più selvaggia, che taglia il massiccio dalla cittadina di Septemvri fino a Blagoevgrad. Non mi rimane che controllare le previsioni: massima -8°C, minima -22°C … perfetto! E’ già mattino. Commossi salutiamo e abbracciamo Cathy and Nick e partiamo alla volta di Velingrad.
Lungo la strada, innumerevoli fuochi di famiglie gitane nelle steppe bulgare ci indicano la via, segnando i contorni della carreggiata. Attraversiamo per l’ennesima volta i Balcani ed è qui che inizio ad avere qualche dubbio circa l'arrivo alla meta finale: il valico qui è ad un’altezza di 1300 m e lo percorriamo ad una velocità media di 30 km/h per il fondo innevato e la scarsissima visibilità. Ritornati in pianura, veniamo attirati da cinque cupole dorate a forma di cipolla che risplendono in mezzo ai fitti boschi che sovrastano il villaggio di Shipka, sullo sfondo delle montagne appena affrontate. E’ la Chiesa Commemorativa della Natività, che fa parte del complesso del monastero di Shipka ed è chiamata anche Chiesa di San Nikolai, costruita nel 1902 e dedicata ai soldati che persero la vita sul Passo Shipka durante la guerra russo-turca. Le sue forme si ispirano all’architettura russa, con cinque cupole dorate e 17 campane. Nella cripta sono sepolti i soldati sovietici e dalla chiesa si può ammirare un magnifico panorama sulla Valle delle Rose. Dal villaggio si scorgono 900 gradini che salgono in cima al Monte Stolev (1326 m), sul quale troneggia l’imponente Monumento alla Libertà alto 32 m, costruito nel 1934 in memoria dei 7000 soldati russi e volontari bulgari che nel 1877 morirono respingendo gli attacchi di 27000 soldati turchi … la strada a due corsie continua e guido zigzagando tra famiglie di zingari su carretti trainati da pony o in bicicletta!
Tappa a Plovdiv, forse la mia città bulgara preferita (dopo Varna ovviamente!), dove ci mangiamo un enorme kebab ascoltando due vecchietti gitani con fisarmonica e violino, visitiamo la Moschea Dzhumana (una delle più antiche dei Balcani. Oggi è fortemente restaurata, ma l’impianto originale risale al XV secolo, con un minareto alto 23 m) e raggiungiamo la vetta (203 m) della collina che ospita le rovine di Eumolpia, un insediamento tracio che risale al 5000 a.C. circa. In seguito fu fortificata dai macedoni, romani, bizantini, bulgari e turchi; quest’ultimi la chiamarono Nebet Tebe (Colle della Preghiera).
Qui, per l’ennesima volta durante questo viaggio, mente e anima si proiettano in un dimensione parallela. E’ sicuramente il luogo migliore (si godono splendidi panorami) per iniziare a salutare e ringraziare quella che mi sento di definire la mia seconda patria … e si riparte!
E’ già buio, con Giulia cerchiamo di orientarci in queste strade di montagna piene di buche “masticatrici” di pneumatici e sbagliamo più volte direzione! Così, dopo aver percorso per la seconda volta un Canyon infinito, a cui si affiancano per tutto il tempo ad un metro di distanza i binari del treno della linea ferroviaria che percorre il sud del Paese, “decidiamo” di trascorrere la notte nella principale città della zona, Velingrad. Casinò, grandi e lussuosi hotel sovrastano ogni cosa. Le strade sono deserte, anche per il vento ghiacciato che non ci da' tregua. Trascorriamo la notte in un albergo di cinque piani completamente vuoto … così pagando 8 euro a testa per una camera tripla abbiamo un hotel tutto per noi. Compriamo delle birre locali e noccioline in un supermercato 24 ore di fronte per festeggiare l’ultima nottata insieme. Domani sarà un’altra giornata intensa: Monastero del Rila e poi aeroporto di Sofia, dove alle 17 Giulia e Anais prenderanno il volo per tornare in Francia. Il mattino seguente siamo svegliati da una violenta bufera di neve … impossibile raggiungere il monastero (!), siamo costretti a deviare all’altezza della città di Avramovo per tornare sulla via principale che porta da Kostonets a Sofia . Già per percorrere questo breve tratto di strada impieghiamo più di un’ora e mezza, il fondo stradale presenta 40 cm di neve e solo grazie alle ottime gomme da neve installate sulla mitica Polo, riusciamo a cavarcela.
Eccoci a Sofia. Faccio l’errore di parcheggiare per mostrare gli angoli della città che più preferisco (in particolare la via Graf Ignatiev, che dal Palazzo della Giustizia arriva fino alla Chiesa di Sedmochislenitsi) alle mie ospiti, dimenticando il traffico intenso e la mancanza assoluta di segnaletica caratteristici della capitale. Così, una volta risaliti in macchina, mi trovo incolonnato su una strada lunghissima senza avere minimamente idea della direzione da prendere per il Terminal 1. Disperato (il tempo si stringe) abbasso il finestrino e mi sporgo a chiedere aiuto al mio vicino di colonna … assurdo (!), nella prima persona, un omino steso sul sedile della sua Citroen Saxo, trovo la nostra guida: con un rapido gesto mi indica di seguirlo … inizia così una cavalcata furibonda attraverso i vicoli più nascosti della città e solo quando siamo arrivati in prossimita' della superstrada che corre dritta all’aeroporto il nostro amico ci ha lasciati con un cenno chiaro: “ora schiaccia il pedale!”. Arriviamo così in aeroporto, proprio mentre il check-in era in chiusura … saluto le ragazze e torno in macchina e, prima di ripartire in direzione Varna per un viaggio che mi riserverà nuove avventure (troppo lunghe da raccontare, magari in una prossima puntata), apro il finestrino e mi rollo una sigaretta … non posso fare a meno di ripensare all’uomo che ci ha condotti fino qui e a tutte le persone semplicissime che lungo il viaggio ci hanno donato tutto affinchè potessimo godere della loro terra e dei suoi frutti nella maniera migliore possibile …
evviva, evviva la Bulgaria!!!!!
E … hasta la victoria, siempre!
E … hasta la victoria, siempre!












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